1926 – Il volo del Norge – Umberto Nobile al Polo Nord
In occasione del centenario del primo sorvolo del Polo Nord compiuto dal dirigibile Norge, l’Aeronautica Militare ha organizzato un convegno per celebrare un evento di portata storica. Gabriele Rivera era presente e ci riassume gli interessanti contributi dei relatori intervenuti.
 
Nei giorni immediatamente seguenti la storica missione Artemis II, che ha portato un equipaggio di quattro astronauti alla massima distanza dalla Terra finora raggiunta, ricorre il centenario di un’altra impresa storica, ossia il primo sorvolo del Polo Nord effettuato dal dirigibile N1 Norge, ai comandi di Umberto Nobile e di Roald Amundsen. L’impresa vide l’Italia protagonista, pertanto ben si comprende l’organizzazione di un convegno da parte dell’Aeronautica Militare, con la collaborazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, per celebrare una epopea memorabile.

Studi Norge Foto01 20260414 RiGaIl convegno era strutturato su quattro panel principali, i primi due di natura squisitamente storica, il terzo focalizzato sui risvolti scientifici che l’esplorazione polare ha dato modo di approfondire e l’ultimo proiettato sugli aspetti geopolitici che caratterizzeranno il futuro del circolo polare artico. In apertura il generale BA Urbano Floreani, Capo del 5° Reparto Comunicazione dello SMA, ha sottolineato il ruolo italiano nell’impresa, ricordando la posizione d’avanguardia che Guidonia ricopriva negli anni ‘20 del secolo scorso, fino ad arrivare ai nostri giorni, in cui l’Italia continua ad operare significativamente nei settori più innovativi dell’industria aerospaziale. Il generale ha anche ricordato che quando l’equipaggio italo-norvegese del Norge raggiunse il Polo Nord nelle prime ore del 12 maggio 1926, furono lanciate tre bandiere, una norvegese, una italiana e una statunitense, quest’ultima in onore di Lincoln Ellsworth, principale finanziatore della missione, imbarcatosi sul dirigibile durante la tappa alla Baia del Re, sull’isola Spitsbergen. Come nota a margine si può ricordare che insieme alle bandiere Nobile lanciò anche un gagliardetto di Roma. Quel momento simbolizza alla perfezione la lezione che imprese di questo spessore non si raggiungono operando da soli ma grazie alla sinergia di diversi protagonisti.

In rappresentanza della Norvegia è intervenuto Erling Hoem, vice capo missione della Reale Ambasciata di Norvegia a Roma. Ricordando che oltre mezzo milione di norvegesi vive sopra il circolo polare artico, ha sottolineato che l’Artico rappresenta un’area di primaria importanza per il Paese. Hoem ha poi aggiunto che la cooperazione artica tra Italia e Norvegia non è solo una eredità del passato ma una realtà viva e in continua evoluzione, come dimostra la base artica Dirigibile Italia, che da quasi trent’anni è un punto di riferimento nella ricerca scientifica in quell’ambito.

Il primo panel ha preso in esame il contesto storico in cui è maturata l’impresa del Norge. Lo storico norvegese Steinar Aas, della Nord University, ha subito evidenziato un effetto duraturo del traguardo raggiunto da Amundsen e Nobile, ossia aver dimostrato la fattibilità di poter percorrere la rotta transpolare per connettere in volo l’Europa con il continente americano e quello asiatico. Prendendo in prestito il concetto di rivoluzione verticale, elaborato dallo storico Fortunato Minniti, ha sottolineato come l’impresa del Norge abbia trasformato una possibilità adombrata in alcuni libri di “fantascienza” di autori di fine ‘800 in una realtà che negli anni a seguire sarebbe divenuta sempre più concreta. Oltre a descrivere il contesto storico di quegli anni, fortemente caratterizzato dai nazionalismi il cui effetto si riverberava sui protagonisti di imprese al centro dell’attenzione mondiale, Aas ricorda anche i forti dissapori che hanno segnato il rapporto tra Amundsen e Nobile dopo la conclusione del volo transpolare: il norvegese, prigioniero del suo ruolo di recordman dell’esplorazione polare, considerava Nobile poco più di un ‘autista’ che doveva solo condurre il Norge seguendo le indicazioni di Amundsen, mentre Nobile era convinto che la sfida fosse stata vinta grazie alle possibilità offerte dalla tecnologia, nello specifico quella del dirigibile, ancora per poco in vantaggio sull’aeroplano in una missione così peculiare.

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Mark Piesing, giornalista e saggista britannico, ha descritto il clima sociale che ha reso l’impresa del Norge il più grande evento sportivo dell’epoca. Grazie al ruolo sempre più pervasivo della stampa, soprattutto quella statunitense, e dei progressi della fotografia e delle riprese cinematografiche, la gara tra i vari esploratori che tentavano di raggiungere l’agognato Polo Nord acquistò crescente risonanza mondiale. Rimarchevole il passaggio nel quale Piesing afferma che un fattore chiave che contribuì al successo della missione è stato il lavoro di squadra delle maestranze italiane, parte delle quali si recarono a Ny Ålesund nell’autunno del 1925 per approntare l’albero di ormeggio e le paratie che dovevano riparare il Norge durante la sosta sull’isola, lavorando nel buio e nel freddo dell’inverno artico, in modo che tutto fosse pronto per la primavera successiva.

Il secondo panel ha analizzato l’evoluzione dei dirigibili italiani negli anni ‘20; il professore Gregory Alegi della LUISS ha illustrato le motivazioni per cui, dopo il periodo d’oro (pur con alcune ombre significative) della prima guerra mondiale, il dirigibile vide scemare l’interesse della Regia Aeronautica nei suoi confronti. L’Italia occupava stabilmente il secondo posto, dopo la Germania, nella graduatoria dei paesi costruttori di dirigibili, ma l’avvento dei bombardieri Caproni annullava il vantaggio in termini di autonomia e carico utile che “il più leggero dell’aria” vantava nei confronti del “più pesante”. Inoltre, in termini di risorse utilizzate, se un Caproni richiedeva l’equivalente di quattro caccia, un dirigibile utilizzava risorse bastevoli a produrre 50 caccia, soprattutto in virtù dell’acciaio necessario per la costruzione dell’hangar e l’energia richiesta per la produzione di idrogeno. Tutto ciò, unito alla visione dottrinale contraria ai dirigibili di Douhet prima e di Balbo dopo, decretò il declino delle aeronavi all’interno della Regia. Differente la posizione della Marina, per la quale invece le doti di autonomia per il pattugliamento sul mare costituivano ancora un vantaggio. Non è dunque un caso se la successiva impresa del dirigibile Italia verrà varata sotto gli auspici della Marina.

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Il generale ispettore capo (ris) Basilio Di Martino ha descritto, tra le altre cose, la caratteristica principale della struttura di un dirigibile semirigido (la categoria a cui apparteneva il Norge), ossia la trave di chiglia. Questa soluzione, ideata da un ufficiale del Genio, Gaetano Arturo Crocco, una dozzina di anni prima e poi perfezionata da Nobile, risolveva alcuni problemi strutturali dei dirigibili rigidi, ma in compenso obbligava a dimensioni e volumi minori. Nel 1925 Nobile pubblica sul numero cinque della neonata Rivista Aeronautica un articolo in cui descrive la tecnologia del dirigibile classe N, afferma che ne è ancora prematuro l’utilizzo in ambito civile e che anche per il pattugliamento marittimo si affacciano ormai altre soluzioni (leggasi portaerei). L’unico ambito nel quale Nobile vede paganti i punti di forza del dirigibile sono le esplorazioni di aree lontane e difficilmente accessibili: carico, autonomia, possibilità di fermarsi su un punto fisso sono tutte doti che si sposano perfettamente con tali esplorazioni. L’impresa del Norge ha confermato la visione di Nobile, sebbene la successiva disgrazia del dirigibile Italia e le tragedie dell’R101 britannico, dell’Akron e del Macon statunitensi e infine dell’Hindenburg tedesco suggellarono definitivamente l’epopea di un mezzo affascinante.
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Il panel è stato concluso dall’intervento del colonnello Guido Guidi del servizio meteorologico dell’Aeronautica, che ha esordito ricordando che la meteorologia moderna nasce proprio in Norvegia, nei primi del ‘900, grazie agli studi di Vilhelm Bjerknes. Se è vero che venti anni dopo le conoscenze in materia non avevano ancora fatto grandi progressi, è comunque di notevole lungimiranza la decisione di imbarcare nella missione un meteorologo, lo svedese Finn Malmgren. In assenza di strumentazioni ad hoc e di dati trasmessi da stazioni di osservazioni, allora inesistenti, il contributo di Malmgren, basato sull’osservazione diretta dei fenomeni atmosferici lungo la rotta, ha contribuito al successo del sorvolo e ha suggerito la conclusione della missione a Teller, anziché a Nome come pianificato, in previsione del peggioramento della situazione meteo. Il colonnello Guidi ha concluso la sua relazione ricordando che la meteorologia nasce anche con lo sviluppo dell’aeronautica, dall’esigenza di anticipare le condizioni atmosferiche per garantire la sicurezza e l’efficienza delle operazioni di volo.
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Il professore Massimiliano Pinucci, progettista aeronautico, ha illustrato con bellissimi diagrammi l’anatomia ed il funzionamento del Norge, analizzando le differenze con la struttura di un dirigibile rigido, soffermandosi sulla funzione fondamentale della trave di chiglia e della gualdrappa, un involucro di ben 10.000 metri quadri di due strati di tessuto tra i quali era inserito uno strato di gomma, fabbricato dalla Pirelli. Ribadendo quanto già affermato nel panel precedente. Pinucci ha ricordato che l’industria aeronautica italiana si collocava al secondo posto nella produzione di aeronavi, tenendo conto che buona parte dei dirigibili rigidi prodotti in Francia, Regno Unito e Stati Uniti erano progetti di derivazione tedesca.
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Dopo il coffee break il terzo panel ha affrontato l’aspetto scientifico dei programmi di ricerca odierni e futuri che hanno raccolto l’eredità di quell’impresa. Il professor Gianluca Casagrande, consigliere della Società Geografica Italiana, ha ribadito come quella del Norge sia stata la piena realizzazione di un concetto in cui la tecnologia diventa strumento di una organizzazione in cui i ruoli e le funzioni prescindono dall’azione del singolo individuo; questo paradigma ha consentito le successive grandi imprese dell’umanità, fino ad arrivare alla conquista dello spazio. Tra le ricadute positive del Norge Casagrande ha anche ricordato la trasformazione di Ny Ålesund, da villaggio minerario a centro di ricerca scientifica di rilevanza mondiale e il perdurare dei rapporti di collaborazione tra Italia e Norvegia, esemplificato dalla nave oceanografica Kronprins Haakon, operata dal Norwegian Polar Institute e costruita da Fincantieri a Riva Trigoso.
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A seguire sono intervenuti Francesco Petracchini, Direttore del Dipartimento Scienze del Sistema Terra e Tecnologie per l’Ambiente del CNR, e il professore Carlo Barbante dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Petracchini ha illustrato i progetti di ricerca che il CNR conduce, con diverse collaborazioni internazionali, in Artico ed in Antartide e la loro importanza nell’incrementare la conoscenza del passato climatico del pianeta e nel perfezionamento dei modelli climatici che consentono di prevederne gli sviluppi futuri. Barbante ha ampliato la descrizione del progetto Ice Memory, già introdotto dal collega del CNR, che si occupa di mantenere una collezione di carotaggi dei ghiacci mondiali per dar modo alle prossime generazioni di avere testimonianze di un passato remoto da esaminare con nuovi strumenti e conoscenze.
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Da parte sua Marco Lanzarone, vice direttore di RAI Educational, dopo la riproduzione di un estratto dell’intervista di Gianni Bisiach al generale Nobile, ha ricostruito, con un breve excursus, l’impatto sulla società civile, grazie ai media dell’epoca (giornali e radio), dei resoconti, delle foto e delle riprese effettuate durante la missione, con una tempistica della diffusione incomparabilmente più lenta rispetto a quella odierna. Fu un fenomeno che ebbe copertura mondiale, uno dei primi casi di mass media.
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L’ultimo panel del convegno ha preso in esame le prospettive geopolitiche che il crescente interesse per l’Artico potrà determinare. Per primo ha preso la parola il professore Vittorio Emanuele Parsi, dell’Università Sacro Cuore di Milano, che ha evidenziato come l’apertura della rotta artica ponga problemi di non poco conto per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, mare che rischia di diventare morto dal punto di vista commerciale. A seguire l’intervento del generale BA Carlo Di Somma che ha illustrato le funzioni del Comitato di indirizzo interforze Artico, Sub-Artico, Antartide, di cui è il presidente: il compito del Comitato è di coordinare, in ottica interministeriale e quindi di sistema Paese, la governance delle attività di supporto alla ricerca ma anche della presenza delle forze armate italiane nelle aree di sua competenza. A conclusione del panel è intervenuto Pietro Batacchi, direttore di RID – Rivista Italiana Difesa, che ha descritto il processo, lento ma costante, con cui la Russia sta irrobustendo i propri confini con l’ambiente artico, ambiente nel quale le asimmetrie militari che stanno caratterizzando i conflitti di questi ultimi anni peseranno molto meno, rendendo dunque necessario investire pesantemente in termini di assetti vecchio stile se si vuole veramente pensare ad utilizzare le rotte artiche in un contesto altamente competitivo.
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A conclusione del convegno il generale Floreani, oltre a tirare le somme di un convegno di alto livello e ai doverosi ringraziamenti, ha ricordato altri protagonisti di imprese aviatorie che hanno portato lustro all’Italia: personaggi come Balbo, Agello e De Pinedo, arrivando fino ai nostri giorni con il North America Tour. Infine, raccontando un aneddoto personale relativo alla prima missione di air policing in Islanda, ha esortato le ragazze ed i ragazzi del corso Eolo VI, presenti in sala, ad accettare le sfide più impegnative, perché nulla di grande è semplice, ma richiede un costante sforzo teso ad adeguare la propria preparazione ad affrontare l’ignoto del domani.